
La seconda giornata del Festival della poesia e delle arti dedicata la tema della cultura di pace (edizione 2025) si è tenuta venerdì 17 alle ore 10.30 presso lo spazio Manzoni, a Monza. L’incontro ha coinvolto alcune classi quinte del Liceo Musicale Zucchi di Monza e del Mosè Bianchi e i loro docenti. Il tema affrontato è stato La giustizia riparativa con gli ospiti Franco Bonisoli (ex brigatista) e Giovanni Ricci, figlio dell’agente di scorta ucciso nel rapimento di Moro, sociologo e criminologo, autore di un centinaio di articoli sugli anni di Piombo e coautore di diversi libri su questo tema, fra cui il volume scritto con Ludovico Testa Il tempo sospeso Dalla lotta armata alla giustizia riparativa: un dramma a due voci (Pendragon).
Egidio Riva assessore al welfare di Monza ha portato i saluti dell’assessorato di Monza, introducendo il tema della Giustizai riparativa e ricordando che anche a Monza esiste da qualche anno uno sportello attivo in questo ambito.
Da parte mia ho avuto il piacere di moderare l’incontro, un appuntamento che non scorderò perché molto toccante e perché aiuta a guardare in modo diverso le relazioni umane e ad affrontare in un’altra ottica il tema della giustizia, I due ospiti hanno ricostruito con le loro narrazioni il periodo degli Anni di piombo. Bonisoli ha raccontato la cornice politica e ideologica che lo aveva convinto a soli 19 anni a lasciare tutto per abbracciare la causa delle BR. L’ideologia rivoluzionaria richiedeva un intervento diretto e un contributo personale per svolgere un’azione rivoluzionaria armata, che appariva allora come l’unica via per la creazione di un mondo migliore. Gli ideali erano giusti, sottolinea Bonisoli, ma poi l’azione concreta
si è tradotta negli esiti che conosciamo: attentati alle cose e alle istituzioni, per arrivare fino all’omicidio politico. Il fine era buono e dunque i mezzi si giustificavano. Solo durante gli anni del carcere avviene in lui un percorso di ripensamento sulle proprie azioni e sull’ideologia che era stata abbracciata. Un ripensamento che non accade per la durezza del carcere, ma in seguito ad incontri con il cappellano del carcere e altre persone che gli regalano attenzione e aperture inaspettate, che si rivolgono a lui e agli altri compagni non come a criminali ma come a “persone detenute”, mostrando nei fatti che stava veramente a cuore la loro situazione. In particolare poi avvenne un fatto che portò ad una svolta: Bonisoli ed altri avevano cominciato a fare lo sciopero della fame e ormai ridotti in condizioni estreme ricevettero la visita in carcere di Marco Pannella, che stava lottando per i diritti umani dei detenuti. Inoltre, il cappellano del carcere, don Salvatore Russo, aveva dichiarato pubblicamente che non avrebbe celebrato la tradizionale messa di Natale perché sei suoi fratelli stavano morendo in carcere. Questi fatto finì su tutti i giornali e fece scoppiare uno scandalo che diede l’avvio ad una importante riforma del regime carcerario. Fu in quel periodo che maturò in lui l’idea di aver veramente sbagliato nel credere che la violenza potesse veramente cambiare in meglio la società e che quella della lotta armata non è una strada percorribile. Dopo aver scontato 22
anni di carcere e aver così assolto il debito con la giustizia, Bonisoli si rese conto però di non aver ancora risolto i problemi con la propria coscienza perché si sentiva in qualche modo in debito con le persone a cui aveva fatto del male e con le quali avrebbe voluto parlare e raccontare il perché delle sue scelte. Dopo alcuni anni, nel 2009 questa possibilità si è concretizzata grazie a dei mediatori che gli hanno permesso di incontrare Agnese Moro, con la quale è cominciato un dialogo, un ascolto reciproco che li ha portati ad una conoscenza profonda. E così è stato anche con Giovanni Bonisoli, il quale ha raccontato che, quando suo padre è stato ucciso lui era un bambino. C’è stata molta attenzione mediatica attorno alla sua famiglia, a sua madre e a suo fratello durante i giorni del rapimento e della strage di via Fani. Lui non poteva nemmeno uscire di casa perché la casa era circondata da giornalisti che
gli chiedevano di parlare di suo padre. Ma in breve, poi, dopo il clamore di quel periodo, la sua famiglia è stata abbandonata con il proprio dolore e i tanti problemi da affrontare. Sia lui che il fratello sono cresciuti covando un odio profondo verso i responsabili dell’ uccisione di Moro e del proprio padre che ai loro occhi era sempre apparso un po’ come un eroe perché svolgeva un lavoro importante al servizio di un politico fra i più stimati in Italia. Il vuoto lasciato dal proprio padre è stato incolmabile e ha generato una rabbia e un odio tale che ha rischiato di farlo esplodere. E ad un certo punto ha capito che doveva liberarsi di tutto quell’odio, perché gli impediva di vivere serenamente. Ha anche pensato a che cosa fosse
successo se suo figlio si fosse ritrovato a scuola con il figlio di alcuni terroristi e ha pensato che forse era giunto il tempo di guardare oltre, che le colpe dei padri non
devono ricadere sui figli. E così ha cominciato a partecipare agli incontri di giustizia riparativa. All’inizio non è stato facile ma poi si è reso conto di aver totalmente
disumanizzato i brigatisti, ingabbiandoli in un ruolo di nemici responsabili di atti terribili, ma poi pian piano è venuta fuori anche la loro umanità, il peso della loro responsabilità, e il peso del proprio dolore infinitamente più grave del proprio perché accompagna la realizzazione di aver ucciso non dei simboli, ma delle persone in carne ed ossa e di aver coinvolto in questo dolore e nella perdita i familiari e molte altre persone, un peso che dovranno portare per tutta la vita. Queste persone si sono presentate ai colloqui “disarmate”, preparate a ricevere qualsiasi insulto e ciò ha costretti i familiari delle vittime ad agire ad armi pari. E così piano paino è nato un dialogo che all’inizio poteva sembrare impossibile ma che, nonostante le difficoltà, è proseguito e ha creato dei legami. Ha permesso così di portare avanti insieme un percorso di giustizia riparativa che propone un modello di giustizia fondato sull’ascolto, sulla responsabilità personale e sulla ricomposizione dei legami spezzati.
Tale processo restituisce voce e centralità alla vittima, spesso trascurata dal processo penale, permettendole di raccontare ciò che ha vissuto, di chiedere spiegazioni e, talvolta, di ottenere una riparazione concreta. Per l’autore del reato, invece, rappresenta un’occasione preziosa per comprendere le conseguenze delle proprie azioni, assumersi la responsabilità del danno arrecato e impegnarsi in un percorso di cambiamento. Nel loro caso la cosa sorprendente è che non solo ciò ha permesso ad entrambi di voltare pagine, ma addirittura di diventare amici. Ciò può portare a riflettere sul fatto che le ferite possono rimarginarsi, che il male non è eterno e non deve avere l’ultima parola, che se si ricambia il male con il male o l’odio con l’odio si entra in una spirale da cui è impossibile uscire mentre se ci si guarda negli occhi e ci si riconosce come due esseri umani allora un dialogo è possibile. Le due testimonianze sono state profondamente toccanti, fino alle lacrime, molti sono stati gli studenti che sono intervenuti con le loro domande e che avrebbero voluto trattenersi ancora in dialogo con loro. Alcuni di loro hanno posto anche domande di approfondimento relative al volume Il libro dell’incontro (Il saggiatore), di cui sono state lette in classe alcune pagine con i propri docenti. È stata un’ esperienza che li ha profondamente toccati e coinvolti in prima persona, stimolando consapevolezza storica, crescita civile e riflessione su come costruire una società di pace, fondata sul rispetto reciproco e sul dialogo. Il modello di giustizia riparativa infatti è asportabile anche in altri contesti, nella scuola per esempio, per risolvere casi di bullismo o in ambito lavorativo per il mobbing o altre situazioni ancora in cui fondamentali sono l’ascolto, il dialogo condiviso, la capacità di mettersi nei panni dell’altro creando uno spazio condiviso con l’aiuto di mediatori e facilitatori. Davvero una bella pagina, indimenticabile, che sono certa porterà i suoi frutti.


