Letteratura e critica - Libri d'arte
Il lavoro dell'artista è il continuo scavo nel mistero Francis Bacon

Marco Bellini Tra le spine, Il ragazzo innocuo, 2018

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Marco Bellini - Tra le spine copertina
Marco Bellini – Tra le spine copertina

Recensione di Elisabetta Mottacarica file PDF di questo contenutoTesto critico (PDF)



Tra le spine di Marco Bellini, Il ragazzo innocuo, 2018

Testo critico di Elisabetta Motta

Tra le spine di Marco Bellini è una plaquette d’arte che contiene sei poesie “naturalistiche” in cui il poeta, dimenticando l’Io lirico, resta in silenzio dentro la natura, fra gli animali, le piante, gli oggetti vecchi e abbandonati, non semplici scorie ma portatori di una nuova forma di esistenza. Come il vecchio relitto della Volkswagen «spiaggiato nel verde carico di spine» (che compare nel primo testo),le cui ruote staccate e finite chissà dove sono diventate  nidi per gli uccelli o la lattina legata allo specchietto, dentro alla quale, libera dalle spine, cresce una piantina di salvia.

La rosa canina, che compare in ben tre testi, sembra non accontentarsi di spargere attorno a sé profumo e bellezza, ma aspira ad assolvere un compito più alto e ancorandosi alle travi del soffitto regge «nidi di rondini ancora capaci».

Scoprendo che ogni ente è in relazione con un altro ente, il poeta recupera un nuovo modo di dimorare, di abitare e stare nelle cose, diventandone parte: «si è scelti stando fermi abbastanza / si fa casa». Deposto lo sguardo antropocentrico, la condizione umana  sfuma naturalmente in quella dei fiori, delle piante, degli animali, recuperata entro un processo ininterrotto di nascita e distruzione delle forme.

E così il tarassaco (protagonista del terzo componimento), una pianta infestante che cresce spontaneamente e praticamente ovunque, giunge a rappresentare perfettamente le fasi del ciclo della vita che ognuno di noi è destinato a compiere: quando i frutti sono maturi i peli dei pappi si espandono, formando un’infruttescenza a sfera che si lascia trasportare dal vento, trovando poi terreno fertile per generare nuova vita.

Protagonista del quarto componimento è la cavalletta, che “dice” col corpo e muta ci interroga: «senza domande resisteva / nell’immobilità», «aggrappata al legno già morto» andando ad occupare l’angolo tra la persiana e lo stipite, rimanendo lì fino al congedo finale. Essa può essere letta come semplice metafora dell’esistenza di chi preferisce “lasciarsi vivere” piuttosto che vivere in pienezza, ma nell’ottica di testimonianza che la parola poetica di Marco Bellini assume, essa, al contrario, può essere vista anche come emblema di “resistenza”.

Gli  uccelli sono i protagonisti dei due testi poetici conclusivi della plaquette. Nel primo Bellini ritrae l’averla, un uccello che ha un piumaggio particolarmente elegante e che, nonostante le sue modeste dimensioni, può essere definita un predatore. Parte fondamentale della sua dieta sono infatti non solo insetti di ogni tipo, ma anche piccoli mammiferi, rane e lucertole, topi che vengono infilzati su rovi o cespugli spinosi, diventando così una riserva di cibo, una dispensa. Colpisce il fatto che il termine dispensa venga utilizzato sia per indicare le riserve di cibo degli uomini che quelle degli uccelli, come se indicasse un possibile punto di contatto, un territorio in comune fra i mammiferi e gli esseri alati, impegnati da sempre nell’accumulare delle riserve di cibo per sé e per la sopravvivenza della propria specie. Ma dinanzi alla crocefissione sommaria del topolino privo della testa e appeso ad una spina, la mente non può fare a meno di pensare ad altre crocefissioni che riguardano gli esseri umani, non legate alla semplice sopravvivenza della specie, ma ricondotte entro scenari di morte e di guerra. E così il farsi «altare vivo di memoria» del «roveto ruvido di aghi» (con un recupero del lessico sacro), rimanda al valore di testimonianza che la parola poetica può assumere quando raccoglie la sfida della vita e non ne diviene una copia ma ne diviene alterità altrettanto pungente e tagliente.

Nell’ultimo testo l’arrivo del cuculo che porta con sé la primavera e dentro l’occhio l’immagine sbiadita della terra d’Africa, rimanda ai migranti e ai loro viaggi della speranza per raggiungere le nostre coste. I suoi voli sono «attraversamenti alti» che come dardi percorrono lo spazio del cielo e del mare, tracciano dentro l’aria un alfabeto mobile in cui si può leggere un destino, riconducibile  al sogno di una esistenza più alta.

Testi di Marco Bellini

* Viene definita “dispensa” un cespuglio o una pianta provvista di spine su cui le averle (specie di uccelli della famiglia Lanidi) trafiggono le loro prede quali insetti, lucertole o piccoli topolini. È così che questi volatili si assicurano una riserva di cibo.

*
Fu il punto rosso di una rosa canina
ad attirare l’attenzione.
Le ortiche erano dappertutto
attorno alla vecchia volkswagen
e lui era lì a mettere colore
proprio davanti alla targa che non c’era
come le ruote a fare nido chissà dove.
Un relitto spiaggiato nel verde carico di spine.

Si diventa del posto stando fermi abbastanza
si fa parte, la marmitta marcia di fango
e un nido di vespe sotto il volante.
Si è scelti stando fermi abbastanza
si fa casa. Legata stretta
allo specchietto laterale una lattina.
Libera dalle spine dentro cresceva
una piantina di salvia.

*
Lì nel prato sotto la finestra
il tarassaco si impossessa.
La dice lunga il Dente imprevedibile
il soffione maturo si espone
ai soffi scomposti, sparsi
nel fiato dei cani.

La luce attraversa la forma frammista all’aria
radiografia di uno scheletro
pronto al disfacimento.
Galleggia il risultato aspetta l’estensione.

La partenza sarà una sorpresa rinnovata:
sperma di nulla nel vento
poi deposto appena
all’àncora della vita.

*
Occhi bucati
stretti all’edera i muri di campagna.
Mette il rossetto alla porta
sdentata di cardini
la rosa canina; affresco stinto di spine
raggiunge le travi al soffitto dove
macchie di rosso reggono
i nidi di rondine
ancora capaci.

*
La notarono a ottobre.
La cavalletta occupava quell’angolo
proprio dove la persiana chiusa
incontrava lo stipite tenendo l’aria
rubando qualche grado dalla cucina.
Stava lì, ogni giorno dell’inverno
la sera chiudendo, la mattina aprendo
aggrappata al legno già morto.
Non ascoltava i richiami silenziosi
dei morti, di quel riposo
che sta solo alla fine delle energie.

Senza domande resisteva
nell’immobilità. Più che vivere
semplicemente non moriva.
Semplicemente la guardavano
insistere nei giorni.

Chiudendo
una sera di marzo si staccò.
Cambiò il profilo tutto
senza quell’involucro svuotato
che ormai era.

*
Crocifissione sbrigativa
senza peccati a sostegno
un topolino privo della testa
stava appeso ad una spina
sul ramo alto, il cespuglio
la rosa canina.

Da anni dispensa dell’averla
il roveto ruvido di aghi
facendosi altare vivo di memoria
si prestava perché fosse esibita
la morte messa lì
crocifissa ad una spina
ago vivo della vita.

*
Attraversamenti alti: l’arrivo
del cuculo. Appena ripiegato il volo
tutta la distanza ancora tra le piume
primi giorni d’aprile si aprono
primo canto blu mischiato al cielo
là sul ramo alto.

Dentro l’occhio, fermo sulla retina
un’immagine sbiadita dice e mostra
la terra d’Africa: spigoli di terra e il mare
avanzi di una spinta primordiale
attraversamenti alti
a fare un destino.

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Posted in Curatele Libri d’Arte, In evidenza

Elisabetta Motta View posts by Elisabetta Motta

Sono scrittrice, autrice di articoli, recensioni, interviste e saggi critici sulla poesia contemporanea. Amo l’arte in ogni sua forma, in particolare mi affascina in poesia il binomio parola / segno. Ho avuto la fortuna di incontrare nel corso degli anni alcuni piccoli editori che realizzano libri d’arte e poter collaborare alle loro edizioni con i miei testi critici. Come operatrice culturale organizzo eventi per La Casa della Poesia di Monza (di cui sono Vicepresidente dal 2015) nello splendido scenario della Villa Reale e del parco. Insegno lettere da molti anni in un liceo artistico a dei ragazzi meravigliosi ai quali cerco di trasmettere la mia passione per la poesia e per la bellezza e la convinzione che il lavoro dell’artista è il continuo scavo nel mistero. E di certo continuerò, finché avrò voce e fiato per farlo.

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